sabato 31 gennaio 2015

Le due facce dell'Olimpia - Campionato ed Eurolega

Giovedì sera si è consumata un'altra sconfitta nelle Top 16 di Eurolega per Milano, questa volta a Vitoria contro il Laboral Kutxa. Ma a risaltare non è tanto la sconfitta in sé, quanto piuttosto il come è arrivata.



Il risultato finale di 102-83 per i baschi (anche sopra di 29) non la dice tutta sulla prestazione a dir poco anonima del team di Banchi, che in Europa pare avere dei limiti evidenti, probabilmente nascosti dal livello mediocre del nostro campionato. Ma andiamo con ordine e vediamo di analizzarne alcuni di questi limiti.

Primo in tutti i sensi è l'approccio agonistico, un tratto comune in tutte le sconfitte europee dell'Olimpia: le squadre avversarie partono subito col coltello fra i denti, con una voglia di giocare e lottare che non viene neanche lontanamente avvicinata dai milanesi. Anche nell'ultimo match, parziale di 10-0 imbarazzante subito dopo la palla a due. Per uscire da questa situazione, Milano deve assolutamente avere la mentalità di calarsi nella partita già da subito, altrimenti corre il rischio di non riuscire a rimontare quell'ampio distacco creatosi nei primi minuti dell'incontro; e a questi livelli, una recupero di 10 punti suona come un'impresa ercoliana.

Secondo punto importante è il gioco che Milano in Europa non riesce a sviluppare come vorrebbe. Ho assistito personalmente ad un allenamento dell'Olimpia e vi posso dire che coach Banchi le idee ben chiare le ha, un po' meno i giocatori. Nei momenti di difficoltà, Milano si affida quasi sempre al talento individuale dei singoli Brooks, Gentile, Ragland e Hackett, con isolamenti e troppi palleggi che fanno ristagnare l'azione: mentre nel nostro campionato gli "assoli" sono abbondantemente sufficienti per portare a casa il 90% delle partite, in Europa questa tattica non funziona, e così l'EA7 farà veramente poca strada nelle Top 16. Un altro aspetto rilevante è la troppa dipendenza dagli esterni e dal tiro dall'arco: quando il pallone non entra, la squadra non cerca alternative valide per poter segnare.

Terzo aspetto, la poca fisicità dei centri. Qui vale lo stesso discorso fatto per in precedenza riguardo il talento individuale: in Italia è abbastanza per colmare anche questa lacuna, che però in Eurolega vengono a galla in maniera fin troppo penalizzante. Samuels e James, i due pivot, superano di poco i due metri, mentre i top team europei hanno centri con 2 e 10 di altezza media: questa differenza, seppur di pochi centimetri, fa la differenza a rimbalzo e sotto la categoria "fisicità".

Quarto e ultimo punto, ma non il meno importante, l'intensità che Milano non mette dal primo al quarantesimo minuto, soprattutto a livello difensivo. Alcuni giocatori come Kleiza, Samuels e James sembrano un po' troppo arrendevoli e molli, mentre le caratteristiche prettamente orientate all'attacco di Brooks le conosciamo, ma il suo apporto offensivo "compensa" (anche se è brutto da dire) la scarsa attitudine difensiva. In questo caso, potrebbero tornare molto utili la voglia e l'agonismo di Cerella, forse troppo spesso lasciato ai margini in Europa (come Meacham e Gigli), quando invece potrebbe dar l'esempio e far da traino ai propri compagni.

Soluzioni? Per il punto 3, l'unico aiuto può arrivare dal mercato, pescare tra i Free Agents, D-League e i tagliati dalla NBA. Per il primo e l'ultimo invece conta l'aspetto mentale, ovvero entrare in partita già dal riscaldamento, non solo dalla palla a due. Per quanto riguarda il gioco invece bisogna che i giocatori si levino dalla testa tutti gli egoismi e inizino ad essere squadra a tutti gli effetti, passandosi il pallone con altruismo, ribaltando lato più volte, e magari eseguire schemi appositi per far risaltare le qualità di ogni elemento del team. Solo così Milano potrà risollevarsi e tentare l'accesso ai playoff di Eurolega, impresa comunque molto ardua, a patto di rimanere concentrati per 40 minuti e sperare anche in risultati favorevoli dalle altre partite del girone.

lunedì 1 dicembre 2014

Kobe Bryant e la storia: racconto di due grandi amici

Ieri notte è stata la notte di un record, un altro record, uno dei tanti record. E impilati uno dopo l'altro dal solito giocatore. Di chi si tratta? Beh, di un ragazzo 36enne che porta la canotta numero 24 gialloviola, ieri bianca per il Sunday Match, e che da piccolino seminava il panico nelle palestre dell'Italia dove giocava il padre, tra Rieti, le due Reggio e Pistoia. La leggenda narra che durante una partita delle giovanili, sempre in Italia, giocò in squadra con e contro dei ragazzi più grandi di lui, che alla prima impressione decisero di lasciarlo giocare nonostante fosse sotto-età. "Tanto cosa vuoi che faccia? E' solo un bambinetto", dicevano. Bene. Quel bambinetto inizia a segnare un canestro dopo l'altro, ruba palloni manco fosse Walt Frazier, non facendo nemmeno passare la metà campo agli avversari, che scoppiano in lacrime. Il coach avversario minaccia al suo omologo dall'altra parte di sostituirlo immediatamente, "lo sai che non potrebbe nemmeno giocare?". Questo sarebbe uno dei tanti episodi di questo tipo che caratterizzeranno la carriera di suddetto campione.
Come scusate? Non ho ancora detto il nome? Ah, ok. Ma i primi 2 indizi erano un aiuto troppo grande, praticamente hanno già risposto da soli. Comunque, trattasi di Kobe Bryant.
Kobe ieri sera ha messo a referto una tripla doppia "monstre", una di alcune triple doppie fatte da lui registrare in NBA, da 31 punti, 11 rimbalzi e 10 assist. Ma non è questo il record. No. Il Black Mamba è l'unico giocatore nella storia della lega ad aver realizzato almeno 30mila punti e 6mila assist.



Toronto presenzia ancora una volta nel destino del numero 24: il 22 gennaio del 2006, Kobe, allora con la casacca numero 8, mette a segno ben 81 punti nella partita contro la franchigia canadese, entrando nella storia come il secondo marcatore di sempre in una stessa partita. Il primo? Beh, tale Wilt Chamberlain e i suoi 100 punti, che a mio avviso rimarranno ancora a lungo lassù, sul gradino più alto del podio.



Bryant però ha ancora un obiettivo, molto grande, che se fosse per lui tenterebbe di raggiungere anche da decrepito novantenne: il sesto anello. Finora arrivato a quota cinque, vedremo se saprà ancora stupirci con giocate acrobatiche e deliziose come questa che potete guardare qui sotto, anche se sicuramente il titolo non arriverà in questa stagione, visto il roster a disposizione di coach Byron Scott. Se nel giro di uno o due anni i Lakers riusciranno a imbastire un organico all'altezza, forse Kobe potrà finalmente raggiungere nell'Olimpo del basket il più famoso giocatore di tutti i tempi con i suoi 6 anelli: Michael Jordan.



P.S. Il più vincente è il Signor Bill Russell. Come dice lui, "ho più anelli NBA che dita delle mani".

lunedì 24 novembre 2014

Serie A Basket - Chi si salverà?

La settimana scorsa noi di Sport n'Roll avevamo analizzato il campionato di Serie A navigando tra le posizioni elitarie, quest'oggi lo faremo viaggiando invece in quelle zone meno alla ribalta mediatica ma che costituiscono addirittura una fetta di torneo in cui la lotta è ancora più agguerrita che al vertice.
Prima di partire però, un cenno allo spettacolare derby di Lombardia, Varese - Milano, va fatto. Il primo colpo di scena è stata l'espulsione per doppio tecnico del coach di Varese, tale Gianmarco Pozzecco, in arte "il Poz", con conseguente teatrale sceneggiata alla Incredibile Hulk, Hulk Hogan o Robert Harting, a voi il paragone che preferite. Altri tre dati che balzano all'occhio sono il punteggio molto alto, al quale Varese ci aveva abituati, e il suo carattere nel rientrare ogni qualvolta Milano avesse intenzione di scappare; le triplone "da casa sua" di Diawara, pazzesche davvero; e un finalmente incontenibile MarShon Brooks, protagonista quasi assoluto della partita: sempre in campo, 37 punti per lui conditi da 9 falli subiti, 6 triple, 7 rimbalzi, 3 stoppate, 3 assist e ben 40 di valutazione. Sembrava tornato in NBA.
Chiusa questa parentesi, ripartiamo con l'analisi iniziando dalla nona posizione in giù con Avellino, che però deve ancora giocare a Sassari questa sera. Il roster irpino è sicuramente di valore, il nono posto non rende giustizia, però la squadra probabilmente paga qualche giro a vuoto nei turni precedenti. Con Anosike dominatore assoluto sotto ai tabelloni e un Nazionale come Cavaliero ad entrare dalla panchina, forse mancano qualcosa nel ruolo di ala e un po' di cinismo nel chiudere certe partite. In ogni caso, ci sono ambizioni da playoff e Final Eight di Coppa Italia come obiettivi minimi.
A fare compagnia ad Avellino a 6 punti troviamo Roma, team che deve ancora trovare la quadratura del cerchio per poter decollare. Una volta individuato da coach Dalmonte lo stile di gioco più efficace per rendere al meglio, siamo sicuri che la Virtus non tarderà a scalare la classifica e a viaggiare in alto. Come prospettive, valgono le stesse degli irpini, sperando di non dover dipendere perennemente dal rendimento di Stipcevic e Triche.
A seguire arrivano ben 5 squadre a 4 punti: Virtus Bologna (penalizzata di 2 punti, in realtà 6 conquistati sul campo), Varese, Pesaro, Pistoia e Capo d'Orlando. Procediamo con ordine. La Virtus quest'anno punta molto sul talento di Allan Ray e sui giovani italiani Imbrò e Fontecchio, quest'ultimo già match-winner proprio contro Pistoia, in questo momento diretta concorrente per la salvezza, che ha invece un roster completamente rinnovato rispetto alla scorsa stagione e coach Moretti intento a trovare ancora la propria dimensione di gioco. Per entrambe si prospetta una salvezza quasi tranquilla, forse un po' più tribolata per gli unici toscani rimasti in Serie A dopo il fallimento di Siena.
Anche Varese sembra essere su questi stessi binari, sebbene l'infortunio di Kangur abbia complicato, e non poco, i piani di coach Pozzecco. Se riuscirà a tenere alto l'entusiasmo nell'ambiente e senza esagerazioni, la salvezza è sicuramente alla loro portata, augurandosi soprattutto che Diawara, Deane e Daniel ripetano con costanza le prestazioni di ieri sera nel derby con Milano.
Secondo i nostri pronostici dovranno invece lottare fino all'ultimo con tutte le loro forze sia Pesaro che Capo d'Orlando: per i primi si conta molto sul talento di LaQuinton Ross, con un restante roster poco competitivo ma grintoso e voglioso di vincere; per i siciliani invece la leadership di monumenti come Basile e Soragna dovrà fare da traino ad una squadra ritornata in serie A dopo un periodo di esilio nelle serie inferiori.
Fanalino di coda ancora senza vittorie c'è Caserta, che sta passando un momento di grossa difficoltà nonostante il cambio di allenatore, fuori Molin dentro Markovski. Nell'ultima partita contro Cantù però si è vista una reazione, nonostante la sconfitta al supplementare, notizia che non potrà che far felice il coach dei campani. Vincere su quel campo non sarà facile per nessuna squadra se gli ingranaggi torneranno a girare nel modo più consono.
Menzione d'onore ad una sorprendente neopromossa Trento, quinta in classifica e trascinata dal giovane Nazionale Pascolo, cosa che può soltanto fare piacere al movimento della pallacanestro italiana.
Dopo tutte queste parole, siamo pronti ad essere smentiti, con la palla ora passa al campo, giudice indiscusso e inconfutabile.

lunedì 17 novembre 2014

Serie A Basket: Recap - Provinciali al comando, sono loro le vere Big

Provinciali padroni del campionato. Si potrebbe definire così  la situazione provvisoria della classifica della Serie A Beko, sebbene le squadre delle grandi città siano solo 2, Milano e Bologna. E anche in caso di vittoria di Sassari questa sera contro Pesaro, il titolo rimarrebbe invariato.
Venezia e Reggio Emilia sono meritatamente in testa, con l'Olimpia e Sassari subito dietro assieme ad una sorprendente Cremona. Questo il quadro delle prime cinque posizioni del massimo torneo nazionale, dove per ora regna ancora l'equilibrio anche se si inizia già a delineare il gruppo dei team che si contenderanno i posti in testa a fine stagione.
Milano si aggiudica il derby con Cantù (ri)trovando finalmente il vero Kleiza, Brooks sempre più inserito nel contesto della squadra ma che ancora tende ad esagerare nel mettere in mostra il suo enorme talento, Alessandro Gentile leader assoluto, e Ragland in formissima. E soprattutto una vittoria in campionato a seguito di quella in Eurolega, evento finora mai successo tra l'Olimpia e Sassari. La chiave del match è stato il terzo quarto: rasente la perfezione per i milanesi, disastroso per i brianzoli, che dovranno anche fare i conti con gli infortuni a Stefano Gentile e Jones: in bocca al lupo per entrambi per il recupero.
Venezia invece si sta dimostrando solida con gli ex-Siena (Ortner, Viggiano e Ress) e soprattutto un allenatore capace di far rendere al meglio un roster comunque già competitivo: la mano di "Charlie" Recalcati è sicuramente il motivo del salto di qualità fatto dalla Reyer in questa stagione. La vittoria in rimonta sulla Virtus Bologna conferma il momento positivo della squadra, e il vero Stone visto ieri sera non può che aumentare l'autostima della truppa veneta.
Reggio Emilia è in uno stato di forma notevole, e dopo aver battuto la corazzata Olimpia, ha deciso che fosse il momento di continuare il trend positivo, espugnando il Pala Del Mauro di Avellino, dove due turni prima la Scandone aveva demolito (non inganni il risultato) proprio Milano. Polonara e Della Valle in formato extralusso, Kaukenas sempreverde, la sorpresa (ormai nota) di Mussini, le freddure efficaci quanto il rendimento in campo di Cervi, e Cinciarini abile pilota di un team che ha grandi aspirazioni, non solo in Italia, ma anche in Europa. Ah! E devono ancora rientrare dagli infortuni Drake Diener e Darjus Lavrinovic...
Cremona sta volando sulle ali dell'entusiasmo dopo la vittoria casalinga contro Brindisi, e speriamo per lei che non soffra di vertigini. Luca Vitali, da quando è tornato a "casa" sta esprimendo il suo miglior basket, e l'arrivo (anzi, il ritorno) di Cusin non fa altro che aumentare il potenziale di questa squadra che l'anno scorso lottava per la salvezza.
Sassari è invece ormai una conferma ai piani alti del campionato italiano, e dopo aver rinnovato la squadra in estate, e trovando la prima storica vittoria in Eurolega, chissà che non trovi quella fiducia che potrebbe farla entrare nell'élite europea oltre che in Italia. Se Shane Lawal continuasse a dominare come contro lo Zalgiris, col talento di Dyson, l'esperienza e le geometrie di Logan, e la grinta da playground di Sosa unite al "Ministro della Difesa" DeVecchi, tutto è possibile!

mercoledì 24 settembre 2014

Inzaghi e la qualità del Milan

Dopo le prime quattro giornate di campionato, almeno per il Milan, si può già provare a fare un bilancio su quest'inzio di torneo per ciò che riguarda i Rossoneri, in base a quanto ha detto (e non detto) il campo. Sette punti non sono di per sé una partenza negativa, anzi, però le aspettative e la pressione su Inzaghi e la sua squadra sono da sempre molto elevate, e le ambizioni del suo presidente sicuramente non aiutano a vedere la realtà per quello che effettivamente è.
La prima partita contro la Lazio, vinta per 3-1, ha offerto due dati confortanti per il Milan: un attacco funzionante con un discreto gioco, un reparto arretrato che offre garanzie. Menez scatenato, contropiede e la sicurezza Diego Lopez in porta. Situazione in parte ribaltata per vittoria sul Parma, dove 4 gol subiti in una partita sono veramente troppi, e in cui dire che la difesa ha traballato è un eufemismo. Con la Juve invece, catenaccio e ripartenze imprecise hanno permesso alla compagine di Allegri di espugnare il Meazza dominando una partita dalla quale ci si aspettava molto di più dai Rossoneri.
Ieri il match di Empoli, che ha accentuato l'emersione dei problemi difensivi: primo tempo assolutamente indecente, salvato soltanto dal gol di Torres, che concretizza da vero campione l'unica occasione da gol creata dagli 11 di Inzaghi. In precedenza la galleria degli orrori: difesa imbambolata sulla prima rete di Tonelli, guarda caso proprio da calcio piazzato, problema che risale già da tempi non recentissimi e mai risolto; sul 2-0 di Pucciarelli, reparto arretrato ancora in letargo sul doppio tentativo di assist di Tavano, senza dimenticarsi però almeno altre 2 nitide occasioni per i toscani. Il tutto con un gioco latitante e ancora ricercato dalle autorità del calcio perché non pervenuto. La sveglia del secondo tempo, il pareggio ancora con Honda, e la traversa di Menez che avrebbe saputo di beffa ingiusta per la squadra di Sarri, non bastano di certo per far dormire sogni tranquilli a Inzaghi, anche se lui si mostra comunque sereno.
Il fatto è che il Mister piacentino non può nemmeno fare più di tanto per innestare migliorie al meccanismo rossonero: in primis la scarsa qualità a centrocampo, eccetto Montolivo e forse Van Ginkel, con solo giocatori di contenimento e dai piedi non proprio finissimi come De Jong, Poli, Muntari ed Essien, per cui il gioco continuerà comunque a scarseggiare, idee comprese; la difesa poi non ha individualità forti, fatta eccezione per Alex, giocatore sopravvalutato ma che può offrire a questo Milan le garanzie necessarie, e di certo Bonera, Zapata, Mexes, Zaccardo e compagnia varia non dovrebbero cambiare il trend; uniche certezze in porta, dove Abbiati e Diego Lopez danno veramente garanzie tra i pali; dell'attacco spumeggiante se n'è già discusso in abbondanza ed è ormai rinomata la sua efficacia se innescato a dovere.
Cosa può fare dunque il Milan così com'è e dove può arrivare? Con questa situazione, se la fase difensiva non dovesse migliorare, l'unica cosa è mirare al modello Zemaniano o Leonardesco (sì, proprio l'ex rossonero ora dirigente al PSG) e sperare di vincere le partite segnando sempre più gol degli avversari, ma non sempre questa tattica si rivela vincente. Un altro accorgimento potrebbe essere il cambio di modulo, passare al 4-2-3-1 o al cosiddetto "albero di Natale", che garantirebbero comunque copertura a centrocampo, aggiungendo a scatola chiusa Montolivo appena tornerà disponibile, ma senza rinunciare all'indiscusso potenziale offensivo di cui Inzaghi dispone.
Il tempo e il campo pronunceranno dunque le loro sentenze, senza dimenticarsi che il Milan è ancora in fase di rodaggio e che l'entusiasmo e la meticolosità di Super Pippo saranno armi a favore dell'allenatore rossonero.

venerdì 19 settembre 2014

David Blatt ai Cavs e la fortuna del "Rookie", ma quanta pressione!

David Blatt è un vincente. Punto. Si può poi discutere sul fatto che il suo gioco sia spumeggiante o meno e faccia divertire gli appassionati di basket, ma sul punto primo nessuna obiezione è accettata. Scudetti con Benetton Treviso e Maccabi Tel Aviv, oro Europeo con la Russia nel 2007 più varie altre medaglie con la Nazionale sparse qua e là (con bronzo Olimpico annesso nel 2012 a Londra). Ah! Dimenticavo, si fa per dire, l'Eurolega conquistata la scorsa stagione col team israeliano contro ogni pronostico, vincendo due partite epiche e in rimonta contro due armate come CSKA e Real, senza dimenticare l'ormai famosa gara-1 contro Milano nei play-off.
Con questo curriculum l'allenatore con doppio passaporto, americano e israeliano, si è presentato a Cleveland per la nuova stagione NBA, poco dopo la conclusione delle fatiche di maggio. Il roster che la franchigia dell'Ohio metteva a sua disposizione non era di certo tra i migliori della lega, fatta eccezione per un certo Kyrie Irving, MVP del mondiale, ma quest'ultimo è un fatto appartenente alla più recente attualità. Ritorniamo ancora un attimo indietro. Il neo-coach dei Cavs dunque accettò l'incarico di capoallenatore di una squadra senza particolari ambizioni, con la possibilità di poter fare esperienza e magari, perché no, centrare l'obiettivo play-off.
C'è però un signore, che ha disputato 4 finali NBA consecutive negli ultimi 4 anni, di cui 2 vinte, che è Free Agent, e che più volte ha espresso la volontà di voler "ritornare a casa". Il "signore" in questione è LeBron James. Ci fosse stato il genio della lampada avrebbe risposto "ogni tuo desiderio è un ordine". Detto, fatto. Il Re viene dunque ingaggiato da Cleveland, che già soltanto con questo innesto si candida per un ruolo da headliner nel festival della pallacanestro migliore del mondo. Tutto qui? Ma neanche per sogno. LBJ convince i suoi compagni di squadra a Miami, Mike Miller e James Jones, a seguirlo in Ohio. Poi avanti con gli ingaggi di Shawn Marion, ormai attempato ma potrebbe essere sempre utile alla causa, e Kevin Love dai Wolves con una trade discutibile che ha mandato nel Minnesota le prime scelte al draft degli ultimi due anni.
Con questo roster e una squadra potenzialmente da titolo, i piani per l'allenatore ex-Maccabi sono totalmente cambiati rispetto al primo contatto ufficiale col mondo NBA. Ma David Blatt è nato pronto. Pronto per affrontare una stagione con tantissime pressioni e a gestire un gruppo di almeno 3 superstar, pronto a non demoralizzarsi al momento della prima sconfitta, sapendo che i media inizieranno il processo imputandolo colpevole di non avere esperienza nel mondo del basket professionistico americano, e via dicendo. Ma esperienza a livello internazionale ne ha da vendere il coach dei Cavs, e gli servirà sicuramente per poter guidare LeBron James e compagnia in un viaggio che si prospetta con molte difficoltà e molti ostacoli, a partire da rivali agguerrite come Oklahoma City, San Antonio, Chicago, e la stessa Miami.
L'ultima parentesi è dedicata all'ambito prettamente tecnico: il roster a disposizione di Blatt è sicuramente di primissimo ordine, ma molto offensivo, fatta eccezione per King James e un Irving che se difendesse come al mondiale, potrebbe essere un brutto cliente da superare per qualsiasi playmaker avversario. E il reparto lunghi non è tra i più garantisti in assoluto, sebbene LeBron possa essere un valore aggiunto, ma non l'unico a difendere. Un ipotetico quintetto potrebbe vedere Varejao centro, Kevin Love come ala grande, James ala piccola, Mike Miller guardia a monetizzare col suo tiro da fuori i raddoppi sulle superstar, e Kyrie Irving da playmaker-guardia aggiunta, con Marion e Jones pronti a dar manforte, intensità ed esperienza dalla panchina.
Un detto Made in USA recita così, con 2 varianti che non ne cambiano il significato: "offense sells tickets, defense wins games"; variante 2: "offense wins games, defense wins championships". E David Blatt li conosce entrambi profondamente. In bocca al lupo Coach!

lunedì 15 settembre 2014

La forza di Team USA e l’arrivo della regular season: il mondiale delle stelle americane.

Con la clamorosa uscita della Spagna ad opera di un’eroica Francia, non sono pochi quelli che hanno definito come scontato il trionfo americano al mondiale appena svoltosi; parole forse veritiere, almeno in parte, ma che sviliscono di molto la grande impresa dei ragazzi di coach Krzyzewski, i quali non hanno semplicemente vinto ogni partita ma l’hanno stravinta. Neppure la sorprendente Serbia, che dopo un girone difficile è riuscita ad ingranare la quarta e a conquistare una storica finale, è riuscita ad opporre una resistenza valida allo strapotere fisico e tecnico di Team USA.  La banda guidata dal coach di Duke ha mostrato un buon basket per tutto il torneo, non peccando mai di quella supponenza spesso accusata dal gruppo americano, ed in finale è scesa in campo per demolire i suoi avversari arrivando a toccare anche i 40 punti di vantaggio con ancora tutto il 4° quarto da giocare; contro Team USA nessuna squadra al mondo può permettersi un attimo di respiro, di deconcentrazione, pena il ritrovarsi in un attimo con un distacco enorme ed irrecuperabile come è successo ad esempio alla Lituania nell’inizio di 3° quarto della semifinale.

In sostanza i ragazzi di Coach K pur mancando, certo non per colpa loro, l’attesa prova del nove ed agognata sfida  con la Spagna padrona di casa hanno vinto meritatamente la competizione. Per le superstar americane però c’è appena il tempo di metabolizzare questa grande vittoria, l’inizio della regular season NBA è alle porte e tutti devono farsi trovare pronti; ma in che condizioni arrivano dal mondiale?

Kyrie Irving – Non si può non iniziare dal MVP del torneo, autore di un mondiale ad alti livelli ed una finale monstre in cui ha infilato 26 pti con un eccellente 10/13 dal campo ed un devastante 6/6 da dietro l’arco dei 3 pti. Ad attenderlo a Cleveland ora non c’è più una squadra allo sfacelo in cui lui rappresenta l’unica luce, bensì un grande giocatore come Kevin Love (già suo compagno in alcuni divertenti spot) e il miglior giocatore al mondo Lebron James: c’è chi si chiede se Irving, non essendo più la stella di maggior grandezza riuscirà a convivere con l’ingombrante figura del Prescelto. Se l’Irving di Cleveland sarà lo stesso grande direttore d’orchestra visto al mondiale (dove conviveva con altre superstar), Cleveland può già sognare le Finals.

Stephen Curry – Al momento è una delle 3 point guard più forti della lega, secondo forse al solo CP3. Anche al mondiale ha dato il suo contributo con la sua tecnica e il suo tiro mortifero ma sembra un po’ sprecato impiegato come guardia; forse si è semplicemente limitato, visto che Team USA non ha quasi mai avuto necessità di spingere particolarmente sull’acceleratore, ma si è avuto l’impressione che preferisca giocare con la palla in mano e con la possibilità di dettare lui stesso il ritmo della partita. Fa comunque il suo ed in maniera egregia come ormai ci ha abituato negli ultimi anni, il futuro di Golden State passerà ancora una volta dalle sue mani e da quello che si è visto la mano è già calda e pronta per lo show.  

James Harden – Recentemente autoproclamatosi “miglior giocatore vivente”, ha giocato un mondiale da capitano e ha continuato a confermare tutto ciò che già si sapeva di lui: quando è caldo diventa un attaccante sublime, uno dei migliori in assoluto, ma quando non è in giornata non è in grado di autogestirsi e limitare i danni continuando a martellare il ferro con conclusioni più o meno difficili. Rimane l’annosa questione della sua tenuta difensiva, onestamente imbarazzante; probabilmente una sedia avrebbe un impatto difensivo migliore di Harden, che non sembra nemmeno provarci a migliorare. I Rockets oggi dipendono ancora di più dai suoi umori e da Howard, difficile aspettarsi una grande stagione vista una simile discontinuità ma con il Barba non si può mai sapere cosa succederà… Fear the Beard.

Derrick Rose – Obbiettivamente il giocatore più atteso, forse non del solo Team USA ma di tutto il mondiale e non a caso: il ragazzo, quando era ancora sano, si giocava con tal Lebron James il titolo di miglior giocatore della NBA ed è stato il più giovane MVP di sempre. Tutto questo due anni fa, prima che due pesantissimi infortuni lo tenessero fuori per sostanzialmente due stagioni (difficile considerare il brevissimo ritorno dello scorso anno);  i dubbi e le domande scomode hanno attanagliato la sua convocazione e ha causato anche delle critiche a Coach K che ha preferito portare lui piuttosto che il più fresco Wall. Rose è la nota agrodolce del mondiale USA, non perché il ragazzo abbia giocato male o abbia deluso le aspettative ma non ha nemmeno sorpreso positivamente. A suo favore si può dire che sembra aver ritrovato l’elasticità e lo scatto bruciante che lo avevano reso un giocatore incontenibile, inoltre a differenza del suo primo ritorno sembra anche più tranquillo e sereno, meno sotto pressione; il tiro è entrato poco ma quello è facilmente giustificabile, almeno per ora, con il fatto che il ragazzo sono due anni che non gioca e ha parecchia ruggine da togliersi. Per contro però, non si può non notare come Rose non abbia inciso quasi per nulla nel trionfo americano, giocando praticamente da comprimario; non che ci si sia stato particolarmente bisogno di lui con un Irving formato MVP, ma da lui è impossibile non aspettarsi qualcosa in più. In sostanza Rose si presenta ai nastri di partenza in buone condizioni fisiche e mentali, per quello che si è visto, ma di di sicuro non è ancora il Rose che conosciamo e per quanto sia bello sperarlo, è ancora presto per dire se tornerà davvero lui o meno.

Klay Thompson – Se qualche neofita avesse visto le prime partite di Team USA al mondiale e gli fosse stato chiesto chi fosse fra Thompson e Curry la superstar dei Warriors, non c’è dubbio che la risposta sarebbe stata Klay Thompson. Mondiale ad alto livello per la guardia di Golden State che anche in Spagna continua ad essere un giocatore di un’ eleganza incantevole e dotata di un tiro degno del suo compagno di reparto; si conferma anche come un buon difensore, sebbene non eccellente, allentando regolarmente anche qualche avversario ma come sempre è in attacco che raggiunge il suo apice. La fluidità del suo tiro è qualcosa che andrebbe filmata e mostrata a chiunque voglia imparare a tirare. C’è chi non li considera una squadra tanto forte da vincere nella combattutissima Western Conference ma con un backcourt così, non si può non sognare e se Thompson si mantiene a questo livello o addirittura (come si spera) cresce ancora allora i Warriors possono battere chiunque.

DeMar DeRozan – Utilizzato pochissimo da Krzyzewski nelle sue rotazioni, l’esterno dei Raptors si è comunque mostrato in buona forma, confermando la grande crescita compiuta nell’ultima stagione; giocatore dall’atletismo debordante, ha regalato qualche perla al pubblico con le sue schiacciate ma di sicuro non ha inciso in maniera particolare su questo mondiale, anche se non per colpa sua. Semplicemente non c’è stato molto bisogno del suo contributo. Con Lowry al suo fianco proverà a guidare ancora i Raptors al ritorno ai playoff dopo l’ottimo terzo posto dello scorso anno e la gara 7 persa all’ultimo tiro con i Nets; personalmente credo che il ragazzo abbia ancora tanto da dare e anche quest’anno ci farà divertire.

Rudy Gay – Grande arma tattica di coach K, ha giocato sia da 3 che da 4 quando l’head coach di Duke voleva aprire il campo sfruttando il suo buon tiro da tre punti, ha disputato un mondiale non da protagonista ma sempre su buoni livelli e dando un contributo ottimo su entrambi i lati del campo, anche se come sempre è su quello offensivo che l’ala dei Kings dà il meglio di se. A Sacramento sperano che questo mondiale sia servito a migliorare la sua intesa con Cousins, visto che è da questi due che dipenderanno grossa parte delle speranze dei Kings di fare una buona stagione; purtroppo salvo una stagione eroica del duo, difficilmente vedranno i playoff.

Kenneth Faried – Se Irving non avesse giocato una finale così meravigliosa, Faried sarebbe stato probabilmente MVP del torneo. Ha conquistato da subito tutti con la sua solita feroce intensità, il suo incredibile atletismo e l’impegno profuso in ogni azione; giocatore con ancora grandissimi margini di miglioramento ma capace di grandissime giocate con il suo impeto, è il compagno di squadra che tutti vorrebbero e il giocatore che tutti i coach amano perché ci mette veramente il cuore. Sia in attacco che in difesa corre come un disperato e si danna l’anima, prende un numero abbacinante di rimbalzi sia offensivi che difensivi, stoppa gli avversari e vola a schiacciare in contropiede; di sicuro l’alto tasso di spettacolarità delle sue giocate l’ha reso subito un beniamino del pubblico spagnolo. Chi ancora non lo conosceva ora sicuramente gli darà un occhio di riguardo e sarà proprio da lui che i Nuggets ripartiranno; a Denver fra infortuni vari hanno ancora molti dubbi e tanti giocatori da recuperare, fra cui il nostro Danilo Gallinari, ma con un Faried così hanno in casa una bella certezza per attentare ad uno degli ultimi posti validi per il post-season.

Anthony Davis – Grande mondiale per l’ala dei Pelicans, utilizzata nell’insolita per lui posizione di centro, ma dove si disimpegna alla grandissima mostrando a tutti perché da un anno a questa parte si continua a parlare di lui come di uno dei prossimi dominatori della NBA; tiro da sotto e dalla media, difesa e stoppate, fisicità, atletismo incredibile e una tecnica inaspettata per un giocatore delle sue dimensioni. Ha avuto solo qualche problema di falli nelle ultime due partite che ne hanno limitato un po’ l’utilizzo e ne hanno ridimensionato leggermente il mondiale ma ha comunque disputato una competizione ad altissimo livello e portando sempre un grande impatto contro tutti i lunghi avversari che non sono mai riusciti a capire come tenerlo a bada. Davis arriva più carico che mai all’inizio della regular season ma i suoi Pelicans forse poggiano fin troppo sulle sue, non solidissime spalle, e in caso di sua assenza per infortunio potrebbero correre il rischio di sfaldarsi; Davis dovrà fare l’ultimo balzo e mostrare che il giocatore ammirato al mondiale non è una semplice meteora ma davvero il prossimo dominatore fra i lunghi NBA.

DeMarcus Cousins – Parte dietro Davis nelle rotazioni di Coach K e sebbene all’inizio questa cosa possa essere sembrata un po’ una bocciatura (Davis preferito nella posizione di 5 a Cousins che è un vero centro a differenza di Davis che è un’ ala grande), in realtà era semplicemente una scelta tecnica che ha poi fruttato al Team USA la sua fisionomia di grande corsa e atletismo. Cousins non si è comunque abbattuto ed anzi, quando è stato chiamato in causa ha fatto ciò che sa fare meglio, ovvero prendere a sportellate qualunque cosa passasse dalle parti del canestro, allentare stoppate terrificanti, prendere rimbalzi e metterci sempre tanto, tanto fisico. Un approccio molto buono, tanto che quando Davis in semifinale e soprattutto in finale ha avuto dei problemi di falli ed è stato costretto ad uscire, Cousins è stato uno degli uomini migliori e più decisivi per la vittoria finale di Team USA. Cousins insomma si è dimostrato ancora una volta un ottimo centro e con ancora diversi margini di miglioramento, sebbene alcuni lati del suo carattere troppo impetuoso a volte prendano ancora il soppravvento (come quando durante la semifinale ha mimato di colpire Valanciunas con un pugno dopo un contatto fra i due). Come già detto per Gay, difficilmente Cousins e il compagno potranno portare i Kings ai playoff ma potranno continuare a gettare le basi per il futuro dove, se il centro continuerà con la sua ascesa, a Sacramento potranno ritrovarsi con un giocatore davvero dominante. In fondo con un maestro come Shaquille O’Neal…

Mason Plumlee – Utilizzato molto poco, il lungo dei Nets ha comunque sempre messo moltissimo impegno anche nelle brevi frazioni di tempo da lui giocate e si è distinto per alcuni giocate di grande tenacia e fisicità;probabilmente non sarà mai un All Star ma è un gregario ottimo, dotato di fisico e di un’ ottima capacità di entrare velocemente in partita giocando sia da centro che da 4 e di avere un buon impatto in entrambe le metà del campo. Ai Nets se vogliono sperare di dar un senso alla stagione avranno sicuramente bisogno di lui e Plumlee potrà imparare ancora tanto da Brook Lopez e soprattutto da Kevin Garnett se prolungherà la sua permanenza a Brooklyn.

Andre Drummond – MVP dell’All Star Rising Star Challenge è stato il giocatore meno utilizzato da Coach Krzyzewski in assoluto, disputando pochissimi scorci di gara ogni volta; così facendo di sicuro non ha potuto mettere in mostra granchè del suo potenziale che in NBA conoscono bene. E’ un peccato non averlo visto all’opera ma ai Pistons avrà modo di rifarsi ampiamente, visto che gran parte della ricostruzione della franchigia passerà attraverso di lui e sul lavoro che lo aspetta con Coach Van Gundy che ha già avuto alle sue dipendenze un certo Dwight Howard e che ha portato quest’ultimo ad esprimere il suo più alto livello di gioco finora. Di sicuro non sarà un annata facile ma il futuro si prospetta interessante per questo giovane e se saprà già da ora reggere alle responsabilità, si tramuterà velocemente in un All Star.

Insomma i vari campioni di Team USA, chi più chi meno si avviano all’inizio della stagione regolare e a noi non resta che metterci comodi sul divano e goderci le loro prodezze, insieme a tutti gli altri campioni della NBA. Io non vedo l’ora e voi?


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