mercoledì 24 settembre 2014

Inzaghi e la qualità del Milan

Dopo le prime quattro giornate di campionato, almeno per il Milan, si può già provare a fare un bilancio su quest'inzio di torneo per ciò che riguarda i Rossoneri, in base a quanto ha detto (e non detto) il campo. Sette punti non sono di per sé una partenza negativa, anzi, però le aspettative e la pressione su Inzaghi e la sua squadra sono da sempre molto elevate, e le ambizioni del suo presidente sicuramente non aiutano a vedere la realtà per quello che effettivamente è.
La prima partita contro la Lazio, vinta per 3-1, ha offerto due dati confortanti per il Milan: un attacco funzionante con un discreto gioco, un reparto arretrato che offre garanzie. Menez scatenato, contropiede e la sicurezza Diego Lopez in porta. Situazione in parte ribaltata per vittoria sul Parma, dove 4 gol subiti in una partita sono veramente troppi, e in cui dire che la difesa ha traballato è un eufemismo. Con la Juve invece, catenaccio e ripartenze imprecise hanno permesso alla compagine di Allegri di espugnare il Meazza dominando una partita dalla quale ci si aspettava molto di più dai Rossoneri.
Ieri il match di Empoli, che ha accentuato l'emersione dei problemi difensivi: primo tempo assolutamente indecente, salvato soltanto dal gol di Torres, che concretizza da vero campione l'unica occasione da gol creata dagli 11 di Inzaghi. In precedenza la galleria degli orrori: difesa imbambolata sulla prima rete di Tonelli, guarda caso proprio da calcio piazzato, problema che risale già da tempi non recentissimi e mai risolto; sul 2-0 di Pucciarelli, reparto arretrato ancora in letargo sul doppio tentativo di assist di Tavano, senza dimenticarsi però almeno altre 2 nitide occasioni per i toscani. Il tutto con un gioco latitante e ancora ricercato dalle autorità del calcio perché non pervenuto. La sveglia del secondo tempo, il pareggio ancora con Honda, e la traversa di Menez che avrebbe saputo di beffa ingiusta per la squadra di Sarri, non bastano di certo per far dormire sogni tranquilli a Inzaghi, anche se lui si mostra comunque sereno.
Il fatto è che il Mister piacentino non può nemmeno fare più di tanto per innestare migliorie al meccanismo rossonero: in primis la scarsa qualità a centrocampo, eccetto Montolivo e forse Van Ginkel, con solo giocatori di contenimento e dai piedi non proprio finissimi come De Jong, Poli, Muntari ed Essien, per cui il gioco continuerà comunque a scarseggiare, idee comprese; la difesa poi non ha individualità forti, fatta eccezione per Alex, giocatore sopravvalutato ma che può offrire a questo Milan le garanzie necessarie, e di certo Bonera, Zapata, Mexes, Zaccardo e compagnia varia non dovrebbero cambiare il trend; uniche certezze in porta, dove Abbiati e Diego Lopez danno veramente garanzie tra i pali; dell'attacco spumeggiante se n'è già discusso in abbondanza ed è ormai rinomata la sua efficacia se innescato a dovere.
Cosa può fare dunque il Milan così com'è e dove può arrivare? Con questa situazione, se la fase difensiva non dovesse migliorare, l'unica cosa è mirare al modello Zemaniano o Leonardesco (sì, proprio l'ex rossonero ora dirigente al PSG) e sperare di vincere le partite segnando sempre più gol degli avversari, ma non sempre questa tattica si rivela vincente. Un altro accorgimento potrebbe essere il cambio di modulo, passare al 4-2-3-1 o al cosiddetto "albero di Natale", che garantirebbero comunque copertura a centrocampo, aggiungendo a scatola chiusa Montolivo appena tornerà disponibile, ma senza rinunciare all'indiscusso potenziale offensivo di cui Inzaghi dispone.
Il tempo e il campo pronunceranno dunque le loro sentenze, senza dimenticarsi che il Milan è ancora in fase di rodaggio e che l'entusiasmo e la meticolosità di Super Pippo saranno armi a favore dell'allenatore rossonero.

venerdì 19 settembre 2014

David Blatt ai Cavs e la fortuna del "Rookie", ma quanta pressione!

David Blatt è un vincente. Punto. Si può poi discutere sul fatto che il suo gioco sia spumeggiante o meno e faccia divertire gli appassionati di basket, ma sul punto primo nessuna obiezione è accettata. Scudetti con Benetton Treviso e Maccabi Tel Aviv, oro Europeo con la Russia nel 2007 più varie altre medaglie con la Nazionale sparse qua e là (con bronzo Olimpico annesso nel 2012 a Londra). Ah! Dimenticavo, si fa per dire, l'Eurolega conquistata la scorsa stagione col team israeliano contro ogni pronostico, vincendo due partite epiche e in rimonta contro due armate come CSKA e Real, senza dimenticare l'ormai famosa gara-1 contro Milano nei play-off.
Con questo curriculum l'allenatore con doppio passaporto, americano e israeliano, si è presentato a Cleveland per la nuova stagione NBA, poco dopo la conclusione delle fatiche di maggio. Il roster che la franchigia dell'Ohio metteva a sua disposizione non era di certo tra i migliori della lega, fatta eccezione per un certo Kyrie Irving, MVP del mondiale, ma quest'ultimo è un fatto appartenente alla più recente attualità. Ritorniamo ancora un attimo indietro. Il neo-coach dei Cavs dunque accettò l'incarico di capoallenatore di una squadra senza particolari ambizioni, con la possibilità di poter fare esperienza e magari, perché no, centrare l'obiettivo play-off.
C'è però un signore, che ha disputato 4 finali NBA consecutive negli ultimi 4 anni, di cui 2 vinte, che è Free Agent, e che più volte ha espresso la volontà di voler "ritornare a casa". Il "signore" in questione è LeBron James. Ci fosse stato il genio della lampada avrebbe risposto "ogni tuo desiderio è un ordine". Detto, fatto. Il Re viene dunque ingaggiato da Cleveland, che già soltanto con questo innesto si candida per un ruolo da headliner nel festival della pallacanestro migliore del mondo. Tutto qui? Ma neanche per sogno. LBJ convince i suoi compagni di squadra a Miami, Mike Miller e James Jones, a seguirlo in Ohio. Poi avanti con gli ingaggi di Shawn Marion, ormai attempato ma potrebbe essere sempre utile alla causa, e Kevin Love dai Wolves con una trade discutibile che ha mandato nel Minnesota le prime scelte al draft degli ultimi due anni.
Con questo roster e una squadra potenzialmente da titolo, i piani per l'allenatore ex-Maccabi sono totalmente cambiati rispetto al primo contatto ufficiale col mondo NBA. Ma David Blatt è nato pronto. Pronto per affrontare una stagione con tantissime pressioni e a gestire un gruppo di almeno 3 superstar, pronto a non demoralizzarsi al momento della prima sconfitta, sapendo che i media inizieranno il processo imputandolo colpevole di non avere esperienza nel mondo del basket professionistico americano, e via dicendo. Ma esperienza a livello internazionale ne ha da vendere il coach dei Cavs, e gli servirà sicuramente per poter guidare LeBron James e compagnia in un viaggio che si prospetta con molte difficoltà e molti ostacoli, a partire da rivali agguerrite come Oklahoma City, San Antonio, Chicago, e la stessa Miami.
L'ultima parentesi è dedicata all'ambito prettamente tecnico: il roster a disposizione di Blatt è sicuramente di primissimo ordine, ma molto offensivo, fatta eccezione per King James e un Irving che se difendesse come al mondiale, potrebbe essere un brutto cliente da superare per qualsiasi playmaker avversario. E il reparto lunghi non è tra i più garantisti in assoluto, sebbene LeBron possa essere un valore aggiunto, ma non l'unico a difendere. Un ipotetico quintetto potrebbe vedere Varejao centro, Kevin Love come ala grande, James ala piccola, Mike Miller guardia a monetizzare col suo tiro da fuori i raddoppi sulle superstar, e Kyrie Irving da playmaker-guardia aggiunta, con Marion e Jones pronti a dar manforte, intensità ed esperienza dalla panchina.
Un detto Made in USA recita così, con 2 varianti che non ne cambiano il significato: "offense sells tickets, defense wins games"; variante 2: "offense wins games, defense wins championships". E David Blatt li conosce entrambi profondamente. In bocca al lupo Coach!

lunedì 15 settembre 2014

La forza di Team USA e l’arrivo della regular season: il mondiale delle stelle americane.

Con la clamorosa uscita della Spagna ad opera di un’eroica Francia, non sono pochi quelli che hanno definito come scontato il trionfo americano al mondiale appena svoltosi; parole forse veritiere, almeno in parte, ma che sviliscono di molto la grande impresa dei ragazzi di coach Krzyzewski, i quali non hanno semplicemente vinto ogni partita ma l’hanno stravinta. Neppure la sorprendente Serbia, che dopo un girone difficile è riuscita ad ingranare la quarta e a conquistare una storica finale, è riuscita ad opporre una resistenza valida allo strapotere fisico e tecnico di Team USA.  La banda guidata dal coach di Duke ha mostrato un buon basket per tutto il torneo, non peccando mai di quella supponenza spesso accusata dal gruppo americano, ed in finale è scesa in campo per demolire i suoi avversari arrivando a toccare anche i 40 punti di vantaggio con ancora tutto il 4° quarto da giocare; contro Team USA nessuna squadra al mondo può permettersi un attimo di respiro, di deconcentrazione, pena il ritrovarsi in un attimo con un distacco enorme ed irrecuperabile come è successo ad esempio alla Lituania nell’inizio di 3° quarto della semifinale.

In sostanza i ragazzi di Coach K pur mancando, certo non per colpa loro, l’attesa prova del nove ed agognata sfida  con la Spagna padrona di casa hanno vinto meritatamente la competizione. Per le superstar americane però c’è appena il tempo di metabolizzare questa grande vittoria, l’inizio della regular season NBA è alle porte e tutti devono farsi trovare pronti; ma in che condizioni arrivano dal mondiale?

Kyrie Irving – Non si può non iniziare dal MVP del torneo, autore di un mondiale ad alti livelli ed una finale monstre in cui ha infilato 26 pti con un eccellente 10/13 dal campo ed un devastante 6/6 da dietro l’arco dei 3 pti. Ad attenderlo a Cleveland ora non c’è più una squadra allo sfacelo in cui lui rappresenta l’unica luce, bensì un grande giocatore come Kevin Love (già suo compagno in alcuni divertenti spot) e il miglior giocatore al mondo Lebron James: c’è chi si chiede se Irving, non essendo più la stella di maggior grandezza riuscirà a convivere con l’ingombrante figura del Prescelto. Se l’Irving di Cleveland sarà lo stesso grande direttore d’orchestra visto al mondiale (dove conviveva con altre superstar), Cleveland può già sognare le Finals.

Stephen Curry – Al momento è una delle 3 point guard più forti della lega, secondo forse al solo CP3. Anche al mondiale ha dato il suo contributo con la sua tecnica e il suo tiro mortifero ma sembra un po’ sprecato impiegato come guardia; forse si è semplicemente limitato, visto che Team USA non ha quasi mai avuto necessità di spingere particolarmente sull’acceleratore, ma si è avuto l’impressione che preferisca giocare con la palla in mano e con la possibilità di dettare lui stesso il ritmo della partita. Fa comunque il suo ed in maniera egregia come ormai ci ha abituato negli ultimi anni, il futuro di Golden State passerà ancora una volta dalle sue mani e da quello che si è visto la mano è già calda e pronta per lo show.  

James Harden – Recentemente autoproclamatosi “miglior giocatore vivente”, ha giocato un mondiale da capitano e ha continuato a confermare tutto ciò che già si sapeva di lui: quando è caldo diventa un attaccante sublime, uno dei migliori in assoluto, ma quando non è in giornata non è in grado di autogestirsi e limitare i danni continuando a martellare il ferro con conclusioni più o meno difficili. Rimane l’annosa questione della sua tenuta difensiva, onestamente imbarazzante; probabilmente una sedia avrebbe un impatto difensivo migliore di Harden, che non sembra nemmeno provarci a migliorare. I Rockets oggi dipendono ancora di più dai suoi umori e da Howard, difficile aspettarsi una grande stagione vista una simile discontinuità ma con il Barba non si può mai sapere cosa succederà… Fear the Beard.

Derrick Rose – Obbiettivamente il giocatore più atteso, forse non del solo Team USA ma di tutto il mondiale e non a caso: il ragazzo, quando era ancora sano, si giocava con tal Lebron James il titolo di miglior giocatore della NBA ed è stato il più giovane MVP di sempre. Tutto questo due anni fa, prima che due pesantissimi infortuni lo tenessero fuori per sostanzialmente due stagioni (difficile considerare il brevissimo ritorno dello scorso anno);  i dubbi e le domande scomode hanno attanagliato la sua convocazione e ha causato anche delle critiche a Coach K che ha preferito portare lui piuttosto che il più fresco Wall. Rose è la nota agrodolce del mondiale USA, non perché il ragazzo abbia giocato male o abbia deluso le aspettative ma non ha nemmeno sorpreso positivamente. A suo favore si può dire che sembra aver ritrovato l’elasticità e lo scatto bruciante che lo avevano reso un giocatore incontenibile, inoltre a differenza del suo primo ritorno sembra anche più tranquillo e sereno, meno sotto pressione; il tiro è entrato poco ma quello è facilmente giustificabile, almeno per ora, con il fatto che il ragazzo sono due anni che non gioca e ha parecchia ruggine da togliersi. Per contro però, non si può non notare come Rose non abbia inciso quasi per nulla nel trionfo americano, giocando praticamente da comprimario; non che ci si sia stato particolarmente bisogno di lui con un Irving formato MVP, ma da lui è impossibile non aspettarsi qualcosa in più. In sostanza Rose si presenta ai nastri di partenza in buone condizioni fisiche e mentali, per quello che si è visto, ma di di sicuro non è ancora il Rose che conosciamo e per quanto sia bello sperarlo, è ancora presto per dire se tornerà davvero lui o meno.

Klay Thompson – Se qualche neofita avesse visto le prime partite di Team USA al mondiale e gli fosse stato chiesto chi fosse fra Thompson e Curry la superstar dei Warriors, non c’è dubbio che la risposta sarebbe stata Klay Thompson. Mondiale ad alto livello per la guardia di Golden State che anche in Spagna continua ad essere un giocatore di un’ eleganza incantevole e dotata di un tiro degno del suo compagno di reparto; si conferma anche come un buon difensore, sebbene non eccellente, allentando regolarmente anche qualche avversario ma come sempre è in attacco che raggiunge il suo apice. La fluidità del suo tiro è qualcosa che andrebbe filmata e mostrata a chiunque voglia imparare a tirare. C’è chi non li considera una squadra tanto forte da vincere nella combattutissima Western Conference ma con un backcourt così, non si può non sognare e se Thompson si mantiene a questo livello o addirittura (come si spera) cresce ancora allora i Warriors possono battere chiunque.

DeMar DeRozan – Utilizzato pochissimo da Krzyzewski nelle sue rotazioni, l’esterno dei Raptors si è comunque mostrato in buona forma, confermando la grande crescita compiuta nell’ultima stagione; giocatore dall’atletismo debordante, ha regalato qualche perla al pubblico con le sue schiacciate ma di sicuro non ha inciso in maniera particolare su questo mondiale, anche se non per colpa sua. Semplicemente non c’è stato molto bisogno del suo contributo. Con Lowry al suo fianco proverà a guidare ancora i Raptors al ritorno ai playoff dopo l’ottimo terzo posto dello scorso anno e la gara 7 persa all’ultimo tiro con i Nets; personalmente credo che il ragazzo abbia ancora tanto da dare e anche quest’anno ci farà divertire.

Rudy Gay – Grande arma tattica di coach K, ha giocato sia da 3 che da 4 quando l’head coach di Duke voleva aprire il campo sfruttando il suo buon tiro da tre punti, ha disputato un mondiale non da protagonista ma sempre su buoni livelli e dando un contributo ottimo su entrambi i lati del campo, anche se come sempre è su quello offensivo che l’ala dei Kings dà il meglio di se. A Sacramento sperano che questo mondiale sia servito a migliorare la sua intesa con Cousins, visto che è da questi due che dipenderanno grossa parte delle speranze dei Kings di fare una buona stagione; purtroppo salvo una stagione eroica del duo, difficilmente vedranno i playoff.

Kenneth Faried – Se Irving non avesse giocato una finale così meravigliosa, Faried sarebbe stato probabilmente MVP del torneo. Ha conquistato da subito tutti con la sua solita feroce intensità, il suo incredibile atletismo e l’impegno profuso in ogni azione; giocatore con ancora grandissimi margini di miglioramento ma capace di grandissime giocate con il suo impeto, è il compagno di squadra che tutti vorrebbero e il giocatore che tutti i coach amano perché ci mette veramente il cuore. Sia in attacco che in difesa corre come un disperato e si danna l’anima, prende un numero abbacinante di rimbalzi sia offensivi che difensivi, stoppa gli avversari e vola a schiacciare in contropiede; di sicuro l’alto tasso di spettacolarità delle sue giocate l’ha reso subito un beniamino del pubblico spagnolo. Chi ancora non lo conosceva ora sicuramente gli darà un occhio di riguardo e sarà proprio da lui che i Nuggets ripartiranno; a Denver fra infortuni vari hanno ancora molti dubbi e tanti giocatori da recuperare, fra cui il nostro Danilo Gallinari, ma con un Faried così hanno in casa una bella certezza per attentare ad uno degli ultimi posti validi per il post-season.

Anthony Davis – Grande mondiale per l’ala dei Pelicans, utilizzata nell’insolita per lui posizione di centro, ma dove si disimpegna alla grandissima mostrando a tutti perché da un anno a questa parte si continua a parlare di lui come di uno dei prossimi dominatori della NBA; tiro da sotto e dalla media, difesa e stoppate, fisicità, atletismo incredibile e una tecnica inaspettata per un giocatore delle sue dimensioni. Ha avuto solo qualche problema di falli nelle ultime due partite che ne hanno limitato un po’ l’utilizzo e ne hanno ridimensionato leggermente il mondiale ma ha comunque disputato una competizione ad altissimo livello e portando sempre un grande impatto contro tutti i lunghi avversari che non sono mai riusciti a capire come tenerlo a bada. Davis arriva più carico che mai all’inizio della regular season ma i suoi Pelicans forse poggiano fin troppo sulle sue, non solidissime spalle, e in caso di sua assenza per infortunio potrebbero correre il rischio di sfaldarsi; Davis dovrà fare l’ultimo balzo e mostrare che il giocatore ammirato al mondiale non è una semplice meteora ma davvero il prossimo dominatore fra i lunghi NBA.

DeMarcus Cousins – Parte dietro Davis nelle rotazioni di Coach K e sebbene all’inizio questa cosa possa essere sembrata un po’ una bocciatura (Davis preferito nella posizione di 5 a Cousins che è un vero centro a differenza di Davis che è un’ ala grande), in realtà era semplicemente una scelta tecnica che ha poi fruttato al Team USA la sua fisionomia di grande corsa e atletismo. Cousins non si è comunque abbattuto ed anzi, quando è stato chiamato in causa ha fatto ciò che sa fare meglio, ovvero prendere a sportellate qualunque cosa passasse dalle parti del canestro, allentare stoppate terrificanti, prendere rimbalzi e metterci sempre tanto, tanto fisico. Un approccio molto buono, tanto che quando Davis in semifinale e soprattutto in finale ha avuto dei problemi di falli ed è stato costretto ad uscire, Cousins è stato uno degli uomini migliori e più decisivi per la vittoria finale di Team USA. Cousins insomma si è dimostrato ancora una volta un ottimo centro e con ancora diversi margini di miglioramento, sebbene alcuni lati del suo carattere troppo impetuoso a volte prendano ancora il soppravvento (come quando durante la semifinale ha mimato di colpire Valanciunas con un pugno dopo un contatto fra i due). Come già detto per Gay, difficilmente Cousins e il compagno potranno portare i Kings ai playoff ma potranno continuare a gettare le basi per il futuro dove, se il centro continuerà con la sua ascesa, a Sacramento potranno ritrovarsi con un giocatore davvero dominante. In fondo con un maestro come Shaquille O’Neal…

Mason Plumlee – Utilizzato molto poco, il lungo dei Nets ha comunque sempre messo moltissimo impegno anche nelle brevi frazioni di tempo da lui giocate e si è distinto per alcuni giocate di grande tenacia e fisicità;probabilmente non sarà mai un All Star ma è un gregario ottimo, dotato di fisico e di un’ ottima capacità di entrare velocemente in partita giocando sia da centro che da 4 e di avere un buon impatto in entrambe le metà del campo. Ai Nets se vogliono sperare di dar un senso alla stagione avranno sicuramente bisogno di lui e Plumlee potrà imparare ancora tanto da Brook Lopez e soprattutto da Kevin Garnett se prolungherà la sua permanenza a Brooklyn.

Andre Drummond – MVP dell’All Star Rising Star Challenge è stato il giocatore meno utilizzato da Coach Krzyzewski in assoluto, disputando pochissimi scorci di gara ogni volta; così facendo di sicuro non ha potuto mettere in mostra granchè del suo potenziale che in NBA conoscono bene. E’ un peccato non averlo visto all’opera ma ai Pistons avrà modo di rifarsi ampiamente, visto che gran parte della ricostruzione della franchigia passerà attraverso di lui e sul lavoro che lo aspetta con Coach Van Gundy che ha già avuto alle sue dipendenze un certo Dwight Howard e che ha portato quest’ultimo ad esprimere il suo più alto livello di gioco finora. Di sicuro non sarà un annata facile ma il futuro si prospetta interessante per questo giovane e se saprà già da ora reggere alle responsabilità, si tramuterà velocemente in un All Star.

Insomma i vari campioni di Team USA, chi più chi meno si avviano all’inizio della stagione regolare e a noi non resta che metterci comodi sul divano e goderci le loro prodezze, insieme a tutti gli altri campioni della NBA. Io non vedo l’ora e voi?


I love this game.

Inter - Sassuolo = Resto del Mondo - Italia? - Troppi stranieri nel nostro campionato

La partita di ieri tra Inter e Sassuolo, tralasciando il risultato, poteva sembrare un match tra la selezione "Resto del Mondo" contro l'Italia, sebbene si giochi nel campionato italiano. L'Inter è scesa in campo con soli 3 italiani su 14 giocatori impiegati (Osvaldo, Andreolli e Ranocchia, con D'Ambrosio non entrato), il Sassuolo con 11, sempre su 14 (i 3 stranieri Chibsah, Taider e Vrsaljko, che poi sono gli unici di tutta la rosa della compagine emiliana). Le due squadre evidentemente mostrano filosofie totalmente diverse, indipendentemente dal budget a propria disposizione: l'Inter, internazionale non solo di nome ma anche di fatto, rispecchia un po' quella che è la tendenza della Serie A, ovvero preferire giocatori stranieri, giovani promesse o campioni con voglia di rimettersi in gioco che siano, ai calciatori nostrani, e qui mi ricollego all'interessante post precedente di Leonardo.
Nella stessa situazione del club di Thohir ci sono almeno altri 2 club del massimo campionato italiano, ossia Napoli e Fiorentina: i primi con Maggio, Insigne, Jorginho (naturalizzato), Colombo e Mesto a rappresentare il Tricolore tra una miriade di stranieri; i secondi con Pasqual, Aquilani, Pepito Rossi e Bernardeschi. Il tutto ha conseguenze anche sull'intero movimento calcistico italiano e sulla Nazionale, che non riesce a trovare giocatori che disputino partite di alto livello nel proprio campionato, fatta eccezione per la Juventus, che col suo blocco porta in dote a Conte un discreto numero di convocati.
Il Sassuolo invece ha scelto la linea verde-bianco-rossa, preferendo dare ampio spazio ad atleti italiani: alcuni di questi sono, o sono stati, nel giro della Nazionale: Zaza ha dato conferma del suo talento nei due match settembrini contro Olanda e Norvegia; Berardi è appena ritornato tra i convocati nell'Under 21 e si è subito rivelato utilissimo nello scacchiere disegnato dal C.T. Di Biagio, sebbene il giovane neroverde sembri una sorta di Balotelli-2 ma meno mediatico, visto che domenica pomeriggio è ricascato nel vizietto di colpi proibiti a sorpresa; Antei pure lui convocato e titolare nella Nazionale U21, come Consigli e Brighi lo sono stati in un recente passato.
Come il Sassuolo però ci sono anche altre realtà che danno spazio a giocatori italiani, e in questo caso si possono citare Empoli, Cesena e Cagliari, che con Zeman si spera possa riuscire a valorizzare promesse come Longo, Crisetig, Murru e il giovanissimo Loi e, perché no, magari far tornare Sau utile alla causa di Conte. Discorso a parte invece per Leali del Cesena e Bianchetti dell'Empoli, il primo titolarissimo in campionato ma secondo di Bardi in Nazionale, mentre il nostro capitano dell'U21 non riesce a trovare spazio per giocare in Toscana.
Per concludere e tornare al discorso iniziale, che poi è il tema principale di questo post, se si preferiscono gli stranieri ai giocatori italiani nel nostro campionato, questo ha ripercussione anche sull'appeal del torneo, ma soprattutto sulle Nazionali, che non riescono a trovare atleti che abbiano disputato partite ad alto livello, e quindi senza esperienza in competizioni internazionali, facendo così aumentare il divario tra il nostro calcio e quello delle potenze mondiali.

venerdì 12 settembre 2014

Rivoluzione o continuità? - La Serie A tra 1a e 2a giornata

Nemmeno il tempo di finire la prima giornata di campionato che c'era da pensare subito all'ultimo giorno di mercato: meno di 24 ore di follia e frenesia per i dirigenti delle società nel tentativo di acciuffare "il colpo da 90" per far fare il salto di qualità alle proprie squadre. E neanche quest'anno i colpi di scena sono mancati. Ma vediamo ora come le varie squadre sono cambiate (o meno) a cavallo tra la prima e la seconda giornata.

Alla vigilia del secondo turno, probabilmente il Milan è il club che ha più beneficiato del rush finale della finestra di mercato: Torres, Van Ginkel, Bonaventura, tre operazioni "alla Galliani" che faranno sicuramente la felicità di Mister Inzaghi. Unica nota stonata (anzi, stonatissima), la cessione a titolo definitivo del giovane ma promettentissimo Cristante al Benfica: sarebbe stato meglio un prestito con diritto di riscatto e controriscatto, in modo tale da poter poi riprendere il campioncino pronto per giocare ad alti livelli dopo un anno di esperienza e continuità sul campo.

Inter e Juve sono rimaste inattive, muovendosi giustamente in anticipo per non farsi trovare impreparate per l'inizio del campionato, anche se forse un attaccante in più alla squadra di Allegri avrebbe fatto comodo (peccato l'operazione Falcao, ma contro il dio-soldo si può fare ben poco).

Anche la Roma non ha cambiato particolarmente il suo organico, tutte le operazioni sono state fatte in tempo per mettere a disposizione di Garcia tutti i nuovi acquisti (Manolas compreso). Fa eccezione il greco Holebas, l'invenzione settembrina di Sabatini per rendere ancora più competitiva una formazione già ampiamente migliorata rispetto alla stagione precedente.

Il Napoli invece si è mosso poco, più in uscita che in entrata, ma sempre prima dell'inizio del campionato: l'ultimo giorno utile per le trattative di mercato è arrivato l'acquisto di David Lopez dall'Espanyol per rinforzare il centrocampo di Benitez.
La Fiorentina chiude il mercato con il colpo Micah Richards dal City, proprio il difensore che mancava alla retroguardia di Montella per poter cprovare a fare il salto di qualità.

Per quanto riguarda le altre squadre considerate "minori" (solo di nome, ma non di fatto), il Toro cede Cerci all'Atletico rimpiazzandolo con Amauri dal Parma: una scommessa sicuramente, ma un bene per le casse del club di Cairo. A proposito del Parma, potrebbe essere importante il non-trasferimento di Biabiany, certamente non per colpa sua, però potrebbe tornare molto utile alla causa dei Crociati con la sua corsa.
L'Oscar del mercato tra le squadre di media fascia va però all'Hellas Verona: Sogliano ha portato altra euforia nella tifoseria scaligera mettendo a disposizione di Mandorlini una campione di spessore internazionale: Javier Saviola.
La Sampdoria piazza il colpo Romagnoli, il Cagliari puntella l'attacco con Joao Pedro, mentre il Sassuolo blinda la porta con Consigli.

Dopo questo piccolo riassunto, vedremo a partire da domani (oggi se leggete di sabato) se gli ultimi movimenti di mercato avranno gli effetti sperati sul rendimento delle varie squadre. Al tempo e al campo l'imprevedibile sentenza.

mercoledì 10 settembre 2014

Immobile vs Morata, il made in Italy ormai non ci piace più?

Mi chiamo Leonardo Cozzani, ufficialmente studente universitario a Pisa, in realtà la mia principale occupazione è lo sport; NBA, Eurolega, football americano, tennis… E si, come la maggior parte di noi italiani, amo morbosamente il calcio. Come faccio fin troppo spesso bazzico su internet cercando qualche notizia più o meno interessante ma in questi giorni l’argomento principe sembra uno solo: Immobile e Zaza, Zaza e Immobile. In questa pausa dal campionato, la nazionale sembra aver regalato una nuova interessante coppia al popolo italiano, composta da due giovani affamati e vogliosi di dimostrare il proprio valore; hanno ben figurato, il particolare Zaza ha sorpreso chi ancora non lo conosceva. Giovani, bravi e italiani; un bel mix che però non sembra bastare per prendersi un posto in una grande squadra del nostro paese.

Calma calma, mettiamo subito in chiaro che nessuno sta sminuendo Morata in alcun modo ma qualche piccolo dubbio, perlomeno è legittimo averlo. Prendiamo in analisi la situazione. A noi sono ovviamente estranee le logiche di mercato di Marotta  e ricordiamo che l’operazione che risolse la comproprietà di Immobile avvenne il 18 giugno, quando c’era ancora tutto il tempo per fare un buon mercato, probabilmente nella speranza di reclutare quel grande attaccante di cui tanto si parlava ( Dzeko, Aguero, Benzema, Falcao ecc.); eppure si parlava di Morata già all’epoca, quindi non è esatto parlare di ricambio dell’ultimo minuto. Non ci è difficile immaginare che la Juventus quindi preferì lo spagnolo a Immobile, cosa che fa storcere un po’ il naso. Perché? Beh confrontiamo i due ragazzi su alcuni fronti;
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-     - Adattamento al campionato italiano: uno dei timori maggiori con i calciatori che vengono dall’estero è il “rodaggio” che essi devono affrontare calandosi nella realtà del calcio italiano. La Serie A al momento non sarà più il campionato più bello del mondo ma per sua stessa natura rimane uno dei più complicati per i calciatori, vista la natura estremamente tattica e spesso difensiva del suo gioco; tanti calciatori, anche eccellenti, ci hanno messo non poco a carburare nel nostro campionato ed altri non ci sono mai riusciti. Immobile è cresciuto nel nostro calcio e ha già dato ampiamente prova di poter essere un giocatore importante in Serie A, mentre Morata sarà una scommessa e non semplice da vincere, almeno nel breve periodo.

-         Internazionalità: Morata ha già incantato tutti giocando nella nazionale Under 21 spagnola, vincendo anche l’Europeo di categoria vincendo in finale contro l’Italia di… Toh c’era anche Immobile.  E allora cos’ha di più Morata? Pur giocando poco, c’è da dire che il giovane spagnolo ha già avuto modo di respirare l’aria della Champions League più volte, entrando anche in campo durante la recente finale vinta dal suo Real Madrid. Frammenti di esperienza, certo ma pur sempre qualcosa in più di Ciro.

-         - Goal: Morata ha sempre fatto vedere di saper segnare ma solo nel Real Madrid Castilla, ovvero cosiddetto Real Madrid “B” che milita nella terza divisione del campionato spagnolo e nei pochi sprazzi concessigli nel Real Madrid, avendo i mostri sacri Ronaldo, Di Maria, Benzema a coprirlo. Immobile ha invece avuto modo di giocare con continuità nel Torino, laureandosi capocannoniere della Serie A con 22 goal in 33 presenze e senza calciare rigori.

In sostanza dove vogliamo andare a parare? La Juventus volendo avrebbe potuto anche puntare su altri giovani interessanti come il sopracitato Zaza, Berardi, Gabbiadini (ma tutti gli attaccanti giovani ce l’ha la Juve? Cristo…) ma in quel caso, giovani talentuosi ma con ancora molto da dimostrare, avrei anche potuto capire il preferire Morata. Ma a mio parere, con Immobile almeno attualmente il confronto invece non regge; Morata è un potenziale campione, un ragazzo che aveva attirato lo sguardo di tanti club e che ha molto probabilmente un grande avvenire. Immobile in egual modo, è un giovane calciatore con ancora tanto margine di miglioramento ma che ha già dimostrato molto e che molti versi, sembra più “pronto” di Morata. Quel “pronto” che tanto ci fa paura e ci impedisce di buttare nella mischia più giovani del nostro paese, con il timore di bruciarli; non è sbagliato usare cautela con questi ragazzi, a patto poi di non finire a prendere i giovani di altri paesi o altri giocatori che non hanno nemmeno la carta d’identità dalla loro parte.
In tante nazioni, in primis Germania e Spagna guarda caso, lo hanno ormai capito e nel mentre noi preferiamo cedere Cristante e  prendere il promettete Van Ginkel, mandare via Donati e Caldirola per schierare imperterriti il Divino Jonathan.
Ma ora forse il made in Italy tornerà di moda anche in Italia.


Ps: auguro con tutto il cuore un grande campionato al giovane Morata, che si riscatti dal brutto infortunio che gli ha fatto perdere grossa parte della preparazione e al buon Ciro che è andato a cercare gloria a Dortmund.