lunedì 15 settembre 2014

La forza di Team USA e l’arrivo della regular season: il mondiale delle stelle americane.

Con la clamorosa uscita della Spagna ad opera di un’eroica Francia, non sono pochi quelli che hanno definito come scontato il trionfo americano al mondiale appena svoltosi; parole forse veritiere, almeno in parte, ma che sviliscono di molto la grande impresa dei ragazzi di coach Krzyzewski, i quali non hanno semplicemente vinto ogni partita ma l’hanno stravinta. Neppure la sorprendente Serbia, che dopo un girone difficile è riuscita ad ingranare la quarta e a conquistare una storica finale, è riuscita ad opporre una resistenza valida allo strapotere fisico e tecnico di Team USA.  La banda guidata dal coach di Duke ha mostrato un buon basket per tutto il torneo, non peccando mai di quella supponenza spesso accusata dal gruppo americano, ed in finale è scesa in campo per demolire i suoi avversari arrivando a toccare anche i 40 punti di vantaggio con ancora tutto il 4° quarto da giocare; contro Team USA nessuna squadra al mondo può permettersi un attimo di respiro, di deconcentrazione, pena il ritrovarsi in un attimo con un distacco enorme ed irrecuperabile come è successo ad esempio alla Lituania nell’inizio di 3° quarto della semifinale.

In sostanza i ragazzi di Coach K pur mancando, certo non per colpa loro, l’attesa prova del nove ed agognata sfida  con la Spagna padrona di casa hanno vinto meritatamente la competizione. Per le superstar americane però c’è appena il tempo di metabolizzare questa grande vittoria, l’inizio della regular season NBA è alle porte e tutti devono farsi trovare pronti; ma in che condizioni arrivano dal mondiale?

Kyrie Irving – Non si può non iniziare dal MVP del torneo, autore di un mondiale ad alti livelli ed una finale monstre in cui ha infilato 26 pti con un eccellente 10/13 dal campo ed un devastante 6/6 da dietro l’arco dei 3 pti. Ad attenderlo a Cleveland ora non c’è più una squadra allo sfacelo in cui lui rappresenta l’unica luce, bensì un grande giocatore come Kevin Love (già suo compagno in alcuni divertenti spot) e il miglior giocatore al mondo Lebron James: c’è chi si chiede se Irving, non essendo più la stella di maggior grandezza riuscirà a convivere con l’ingombrante figura del Prescelto. Se l’Irving di Cleveland sarà lo stesso grande direttore d’orchestra visto al mondiale (dove conviveva con altre superstar), Cleveland può già sognare le Finals.

Stephen Curry – Al momento è una delle 3 point guard più forti della lega, secondo forse al solo CP3. Anche al mondiale ha dato il suo contributo con la sua tecnica e il suo tiro mortifero ma sembra un po’ sprecato impiegato come guardia; forse si è semplicemente limitato, visto che Team USA non ha quasi mai avuto necessità di spingere particolarmente sull’acceleratore, ma si è avuto l’impressione che preferisca giocare con la palla in mano e con la possibilità di dettare lui stesso il ritmo della partita. Fa comunque il suo ed in maniera egregia come ormai ci ha abituato negli ultimi anni, il futuro di Golden State passerà ancora una volta dalle sue mani e da quello che si è visto la mano è già calda e pronta per lo show.  

James Harden – Recentemente autoproclamatosi “miglior giocatore vivente”, ha giocato un mondiale da capitano e ha continuato a confermare tutto ciò che già si sapeva di lui: quando è caldo diventa un attaccante sublime, uno dei migliori in assoluto, ma quando non è in giornata non è in grado di autogestirsi e limitare i danni continuando a martellare il ferro con conclusioni più o meno difficili. Rimane l’annosa questione della sua tenuta difensiva, onestamente imbarazzante; probabilmente una sedia avrebbe un impatto difensivo migliore di Harden, che non sembra nemmeno provarci a migliorare. I Rockets oggi dipendono ancora di più dai suoi umori e da Howard, difficile aspettarsi una grande stagione vista una simile discontinuità ma con il Barba non si può mai sapere cosa succederà… Fear the Beard.

Derrick Rose – Obbiettivamente il giocatore più atteso, forse non del solo Team USA ma di tutto il mondiale e non a caso: il ragazzo, quando era ancora sano, si giocava con tal Lebron James il titolo di miglior giocatore della NBA ed è stato il più giovane MVP di sempre. Tutto questo due anni fa, prima che due pesantissimi infortuni lo tenessero fuori per sostanzialmente due stagioni (difficile considerare il brevissimo ritorno dello scorso anno);  i dubbi e le domande scomode hanno attanagliato la sua convocazione e ha causato anche delle critiche a Coach K che ha preferito portare lui piuttosto che il più fresco Wall. Rose è la nota agrodolce del mondiale USA, non perché il ragazzo abbia giocato male o abbia deluso le aspettative ma non ha nemmeno sorpreso positivamente. A suo favore si può dire che sembra aver ritrovato l’elasticità e lo scatto bruciante che lo avevano reso un giocatore incontenibile, inoltre a differenza del suo primo ritorno sembra anche più tranquillo e sereno, meno sotto pressione; il tiro è entrato poco ma quello è facilmente giustificabile, almeno per ora, con il fatto che il ragazzo sono due anni che non gioca e ha parecchia ruggine da togliersi. Per contro però, non si può non notare come Rose non abbia inciso quasi per nulla nel trionfo americano, giocando praticamente da comprimario; non che ci si sia stato particolarmente bisogno di lui con un Irving formato MVP, ma da lui è impossibile non aspettarsi qualcosa in più. In sostanza Rose si presenta ai nastri di partenza in buone condizioni fisiche e mentali, per quello che si è visto, ma di di sicuro non è ancora il Rose che conosciamo e per quanto sia bello sperarlo, è ancora presto per dire se tornerà davvero lui o meno.

Klay Thompson – Se qualche neofita avesse visto le prime partite di Team USA al mondiale e gli fosse stato chiesto chi fosse fra Thompson e Curry la superstar dei Warriors, non c’è dubbio che la risposta sarebbe stata Klay Thompson. Mondiale ad alto livello per la guardia di Golden State che anche in Spagna continua ad essere un giocatore di un’ eleganza incantevole e dotata di un tiro degno del suo compagno di reparto; si conferma anche come un buon difensore, sebbene non eccellente, allentando regolarmente anche qualche avversario ma come sempre è in attacco che raggiunge il suo apice. La fluidità del suo tiro è qualcosa che andrebbe filmata e mostrata a chiunque voglia imparare a tirare. C’è chi non li considera una squadra tanto forte da vincere nella combattutissima Western Conference ma con un backcourt così, non si può non sognare e se Thompson si mantiene a questo livello o addirittura (come si spera) cresce ancora allora i Warriors possono battere chiunque.

DeMar DeRozan – Utilizzato pochissimo da Krzyzewski nelle sue rotazioni, l’esterno dei Raptors si è comunque mostrato in buona forma, confermando la grande crescita compiuta nell’ultima stagione; giocatore dall’atletismo debordante, ha regalato qualche perla al pubblico con le sue schiacciate ma di sicuro non ha inciso in maniera particolare su questo mondiale, anche se non per colpa sua. Semplicemente non c’è stato molto bisogno del suo contributo. Con Lowry al suo fianco proverà a guidare ancora i Raptors al ritorno ai playoff dopo l’ottimo terzo posto dello scorso anno e la gara 7 persa all’ultimo tiro con i Nets; personalmente credo che il ragazzo abbia ancora tanto da dare e anche quest’anno ci farà divertire.

Rudy Gay – Grande arma tattica di coach K, ha giocato sia da 3 che da 4 quando l’head coach di Duke voleva aprire il campo sfruttando il suo buon tiro da tre punti, ha disputato un mondiale non da protagonista ma sempre su buoni livelli e dando un contributo ottimo su entrambi i lati del campo, anche se come sempre è su quello offensivo che l’ala dei Kings dà il meglio di se. A Sacramento sperano che questo mondiale sia servito a migliorare la sua intesa con Cousins, visto che è da questi due che dipenderanno grossa parte delle speranze dei Kings di fare una buona stagione; purtroppo salvo una stagione eroica del duo, difficilmente vedranno i playoff.

Kenneth Faried – Se Irving non avesse giocato una finale così meravigliosa, Faried sarebbe stato probabilmente MVP del torneo. Ha conquistato da subito tutti con la sua solita feroce intensità, il suo incredibile atletismo e l’impegno profuso in ogni azione; giocatore con ancora grandissimi margini di miglioramento ma capace di grandissime giocate con il suo impeto, è il compagno di squadra che tutti vorrebbero e il giocatore che tutti i coach amano perché ci mette veramente il cuore. Sia in attacco che in difesa corre come un disperato e si danna l’anima, prende un numero abbacinante di rimbalzi sia offensivi che difensivi, stoppa gli avversari e vola a schiacciare in contropiede; di sicuro l’alto tasso di spettacolarità delle sue giocate l’ha reso subito un beniamino del pubblico spagnolo. Chi ancora non lo conosceva ora sicuramente gli darà un occhio di riguardo e sarà proprio da lui che i Nuggets ripartiranno; a Denver fra infortuni vari hanno ancora molti dubbi e tanti giocatori da recuperare, fra cui il nostro Danilo Gallinari, ma con un Faried così hanno in casa una bella certezza per attentare ad uno degli ultimi posti validi per il post-season.

Anthony Davis – Grande mondiale per l’ala dei Pelicans, utilizzata nell’insolita per lui posizione di centro, ma dove si disimpegna alla grandissima mostrando a tutti perché da un anno a questa parte si continua a parlare di lui come di uno dei prossimi dominatori della NBA; tiro da sotto e dalla media, difesa e stoppate, fisicità, atletismo incredibile e una tecnica inaspettata per un giocatore delle sue dimensioni. Ha avuto solo qualche problema di falli nelle ultime due partite che ne hanno limitato un po’ l’utilizzo e ne hanno ridimensionato leggermente il mondiale ma ha comunque disputato una competizione ad altissimo livello e portando sempre un grande impatto contro tutti i lunghi avversari che non sono mai riusciti a capire come tenerlo a bada. Davis arriva più carico che mai all’inizio della regular season ma i suoi Pelicans forse poggiano fin troppo sulle sue, non solidissime spalle, e in caso di sua assenza per infortunio potrebbero correre il rischio di sfaldarsi; Davis dovrà fare l’ultimo balzo e mostrare che il giocatore ammirato al mondiale non è una semplice meteora ma davvero il prossimo dominatore fra i lunghi NBA.

DeMarcus Cousins – Parte dietro Davis nelle rotazioni di Coach K e sebbene all’inizio questa cosa possa essere sembrata un po’ una bocciatura (Davis preferito nella posizione di 5 a Cousins che è un vero centro a differenza di Davis che è un’ ala grande), in realtà era semplicemente una scelta tecnica che ha poi fruttato al Team USA la sua fisionomia di grande corsa e atletismo. Cousins non si è comunque abbattuto ed anzi, quando è stato chiamato in causa ha fatto ciò che sa fare meglio, ovvero prendere a sportellate qualunque cosa passasse dalle parti del canestro, allentare stoppate terrificanti, prendere rimbalzi e metterci sempre tanto, tanto fisico. Un approccio molto buono, tanto che quando Davis in semifinale e soprattutto in finale ha avuto dei problemi di falli ed è stato costretto ad uscire, Cousins è stato uno degli uomini migliori e più decisivi per la vittoria finale di Team USA. Cousins insomma si è dimostrato ancora una volta un ottimo centro e con ancora diversi margini di miglioramento, sebbene alcuni lati del suo carattere troppo impetuoso a volte prendano ancora il soppravvento (come quando durante la semifinale ha mimato di colpire Valanciunas con un pugno dopo un contatto fra i due). Come già detto per Gay, difficilmente Cousins e il compagno potranno portare i Kings ai playoff ma potranno continuare a gettare le basi per il futuro dove, se il centro continuerà con la sua ascesa, a Sacramento potranno ritrovarsi con un giocatore davvero dominante. In fondo con un maestro come Shaquille O’Neal…

Mason Plumlee – Utilizzato molto poco, il lungo dei Nets ha comunque sempre messo moltissimo impegno anche nelle brevi frazioni di tempo da lui giocate e si è distinto per alcuni giocate di grande tenacia e fisicità;probabilmente non sarà mai un All Star ma è un gregario ottimo, dotato di fisico e di un’ ottima capacità di entrare velocemente in partita giocando sia da centro che da 4 e di avere un buon impatto in entrambe le metà del campo. Ai Nets se vogliono sperare di dar un senso alla stagione avranno sicuramente bisogno di lui e Plumlee potrà imparare ancora tanto da Brook Lopez e soprattutto da Kevin Garnett se prolungherà la sua permanenza a Brooklyn.

Andre Drummond – MVP dell’All Star Rising Star Challenge è stato il giocatore meno utilizzato da Coach Krzyzewski in assoluto, disputando pochissimi scorci di gara ogni volta; così facendo di sicuro non ha potuto mettere in mostra granchè del suo potenziale che in NBA conoscono bene. E’ un peccato non averlo visto all’opera ma ai Pistons avrà modo di rifarsi ampiamente, visto che gran parte della ricostruzione della franchigia passerà attraverso di lui e sul lavoro che lo aspetta con Coach Van Gundy che ha già avuto alle sue dipendenze un certo Dwight Howard e che ha portato quest’ultimo ad esprimere il suo più alto livello di gioco finora. Di sicuro non sarà un annata facile ma il futuro si prospetta interessante per questo giovane e se saprà già da ora reggere alle responsabilità, si tramuterà velocemente in un All Star.

Insomma i vari campioni di Team USA, chi più chi meno si avviano all’inizio della stagione regolare e a noi non resta che metterci comodi sul divano e goderci le loro prodezze, insieme a tutti gli altri campioni della NBA. Io non vedo l’ora e voi?


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