giovedì 11 giugno 2015

Il fallimento di Milano: potenziali cause e ipotesi future

Ieri sera si è materializzato ciò che a inizio stagione, e dopo quella regolare, sembrava impensabile e impronosticabile: Milano eliminata prima della finale scudetto. E proprio impronosticabile è stato l'andamento della serie con Sassari, terminata con l'overtime di gara 7, giusto per voler aggiungere del pathos a una sfida già di per se equilibrata, e molto associabile a un film thriller con clamoroso colpo di scena finale.
Le chiavi di lettura di questa débacle sono molteplici, a partire dai meriti di Sassari: averci creduto fino in fondo e non abbattersi dopo parziali negativi e due partite consecutive perse. L'intensità con cui i sardi hanno interpretato la serie è stata encomiabile, non avendo nulla da perdere contro i campioni in carica, dando prova del proprio valore e di voler continuare a inseguire un sogno che entrerebbe di fatto nella storia del club e della pallacanestro italiana: vincere tutti i trofei stagionali a livello nazionale. Onore alla Dinamo e a Coach Sacchetti, che ha fatto da muratore e ricompattato lo spogliatoio dopo una parte finale di regular season in cui qualche crepa si era formata nel rapporto tra giocatori-società-tifosi.



Sul banco degli imputati dunque ci finisce l'Olimpia, incapace di chiudere una gara teoricamente già vinta a pochi secondi dal termine. Quel rimbalzo di Sanders rimarrà negli occhi dei tifosi per parecchio tempo, ma il pallone probabilmente non è finito lì per caso, bensì per premiare la squadra che ha avuto più volontà di andare avanti (e meritatamente aggiungerei).
Primo accusato, come si fa solitamente in questi casi, Coach Banchi: tralasciando una gestione tattica non sempre impeccabile durante tutta la serie, in cui la sequenza dei match seguiva il copione schemi > schemi + isolamenti > solo isolamenti, viene da chiedersi come si faccia a giocare con solo 6 uomini negli ultimi 25 (!!!) minuti di gara, overtime incluso, per scelta tecnica. E' comprensibile la situazione di emergenza di Reggio Emilia, con numerosi infortunati, ma questa assolutamente no. Utilizzare Brooks, Elegar e Melli per qualche istante, neanche minuto, permettendo di dare fiato a qualche titolare, sarebbe stato più saggio. E proprio questo pare il tallone d'achille di Banchi, le scelte.
Analizzando meglio la situazione però, bisogna risalire fino alla campagna acquisti estiva (e non solo), in cui sono stati compiuti errori madornali per una squadra che aveva come obiettivi il secondo scudetto consecutivo e un'altra stagione da protagonista in Eurolega. Gli ingaggi di un Kleiza ormai da pensione, inguardabile in difesa e fisicamente finito, di un James che di nome non fa LeBron ma Shawn, e che si sperava desse un serio contributo alla causa dopo essersi ripreso dal grave infortunio alla schiena, sono solo alcuni degli sbagli commessi dalla "nuova" dirigenza Olimpia, orfana di Proli, con timone affidato a Flavio Portaluppi. MarShon Brooks è salvabile, sebbene troppo altalenante e pigro in alcuni frangenti, ma raramente ha dimostrato quel fuoco che invece Cerella sfoggiava in ogni partita e che doveva essere d'esempio per tutti i compagni. Capitan Gentile si è messo la squadra sulle spalle e l'ha trascinata fino a gara 7 quando tutto sembrava già finito, mentre l'assenza dello squalificato Hackett per due partite sembrava aver giovato agli equilibri nelle rotazioni di coach Banchi, con l'Olimpia vincente in entrambi i confronti.
Una volta smaltita la delusione del totale fallimento stagionale, bisognerà chiedersi da dove ripartire: gli obiettivi si presume restino i soliti, dunque i primi nodi da sciogliere riguarderanno l'aspetto amministrativo e dirigenziale, i secondi quello tecnico. Possibile un ritorno di Livio Proli? E' ancora difficilissimo da dire. Piuttosto conterà molto la scelta del prossimo allenatore, sul quale un ingente investimento con progetto pluriennale non sarebbe assolutamente un delitto. Poi sarà la volta dei giocatori: Gentile ha davanti a se il dilemma "NBA sì, NBA no", anche se il pianto di ieri sera con successivo tributo dei tifosi è stato sicuramente un gesto di appartenenza notevole, Brooks è conteso da altre squadre europee di livello, Samuels chiede un lauto aumento per rinnovare. Molto più sicure le partenze di Kleiza, Elegar e James. Per essere davvero competitivi a livello internazionale servono almeno un play puro di affidamento, un lungo di almeno 2,10m con buona tecnica (Cervi ancora troppo acerbo e lento), e un gran bagno d'umiltà da parte di tutti.



Vedremo dunque come si evolverà la vicenda, ma il volto scuro con cui il patron Armani ha lasciato il Forum ieri sera lascia presagire una rivoluzione.

sabato 6 giugno 2015

Coralità vs Individualismo - Golden State e Cleveland a confronto

Ci siamo, è arrivato il momento che tutti noi appassionatissimi di basket aspettavamo, quell'adrenalina (e quelle occhiaie) che solo le Finali NBA posso garantirci. E infatti dopo gara 1 il copione è stato rispettato, con la partita conclusasi all'overtime e vittoria casalinga per i Warriors 108-100 sui Cavs. In questo post proverò l'operazione inedita di analizzare tatticamente il gioco di entrambe le squadre, dal basso della mia limitata e modesta conoscenza cestistica.

Golden State Warriors

Golden State era data come la favorita per il titolo già dopo le prime partite di pre-season, in pochi credevano potesse arrivare dove ora, ma i pronostici sono stati rispettati. Perché? Tentiamo di spiegarlo.
Tralasciando temporaneamente in secondo piano la presenza di due dei giocatori più forti in assoluto della lega, quello che ha sorpreso di più dei Warriors è stata l'impronta di gioco data dall'esordiente Coach Steve Kerr: un gioco fatto in primis per esaltare il teamwork, il lavoro di squadra, dove Curry e Thompson sono solo le punte di diamante di un sistema in cui sono coinvolti tutti i giocatori in campo. Ma non è tutto.
L'intensità e la forma fisica sono altri due elementi legati tra di loro, che però caratterizzano appieno Golden State: il Run and gun (corri e tira) è una filosofia spesso praticata dai californiani, che prima difendono arcignamente sul possesso avversario, poi volano in transizione dall'altra parte del campo, anche da canestro subìto, per cercare un canestro veloce (spesso triple azzardate) impedendo alla difesa di schierarsi correttamente.
Il resto vien da sé, anche se non così scontato, se hai in roster giocatori come gli Splash Brothers, uno tra i migliori difensori come il mastino Draymond Green, e se puoi anche permetterti di avere un tale Andre Iguodala come sesto uomo di lusso.

Cleveland Cavaliers

Il gioco dei Cavs è l'antipode dalla collettività espressa elegantemente dai Warriors. E, in un certo senso, sarebbe anche un delitto non proporre quello stile di gioco, con La Superstar (sì, con la maiuscola anche l'articolo) per eccellenza della contemporaneità cestistica: LeBron James.
A voler essere estremamente stringati, il piano tattico è il seguente: palla a James, isolamento. Se rimane 1vs1 col suo diretto difensore, gioca da solo; nel caso si palesasse l'aiuto, seguirebbe lo scarico per un compagno. E' chiaro che questa è un'analisi troppo ristretta e riduttiva del gioco dei Cavs, e non si avvicina nemmeno lontanamente alla concezione, permettetemi il termine, blattiana di gioco di squadra. Ma al di là di questo dettaglio, resta comunque una tattica finora efficace, visto il rendimento di LeBron, e anche il suo immenso talento. In post-season, James è il giocatore con la percentuale più alta di giocate in isolamento, 32,6%, in relazione ai possessi di squadra per partita. In gara-1 delle finals, ha praticamente giocato da solo, con i cosiddetti gregari a segnare pochissimi punti, tirando male, e addirittura Dellavedova che non si è preso un tiro. Questo tipo di difesa, ovvero lasciare in 1 contro 1 LeBron col suo difensore senza far arrivare aiuti (al limite, fintarli), è stata una scelta ben precisa dei Warriors, che sono passati a riscuotere con la vittoria casalinga, nonostante i 44 punti di James. In questa chiave, Harrison Barnes e Andre Iguodala hanno svolto un eccellente lavoro, contestando qualsiasi tiro il Prescelto decidesse di prendersi. Nelle precedenti sfide dei playoff invece, i raddoppi sul Re ad opera di Boston, Chicago e Atlanta nell'ordine, sono stati puniti con puntuali scarichi per i compagni, che a turno rimarcavano l'errore con triple chirurgiche, frustrando così ogni tentativo di difesa.

Fonti per l'ultimo passaggio sui Cavs: stats.nba.com; hangtime.blogs.nba.com/