Ci siamo, è arrivato il momento che tutti noi appassionatissimi di basket aspettavamo, quell'adrenalina (e quelle occhiaie) che solo le Finali NBA posso garantirci. E infatti dopo gara 1 il copione è stato rispettato, con la partita conclusasi all'overtime e vittoria casalinga per i Warriors 108-100 sui Cavs. In questo post proverò l'operazione inedita di analizzare tatticamente il gioco di entrambe le squadre, dal basso della mia limitata e modesta conoscenza cestistica.
Golden State Warriors
Golden State era data come la favorita per il titolo già dopo le prime partite di pre-season, in pochi credevano potesse arrivare dove ora, ma i pronostici sono stati rispettati. Perché? Tentiamo di spiegarlo.
Tralasciando temporaneamente in secondo piano la presenza di due dei giocatori più forti in assoluto della lega, quello che ha sorpreso di più dei Warriors è stata l'impronta di gioco data dall'esordiente Coach Steve Kerr: un gioco fatto in primis per esaltare il teamwork, il lavoro di squadra, dove Curry e Thompson sono solo le punte di diamante di un sistema in cui sono coinvolti tutti i giocatori in campo. Ma non è tutto.
L'intensità e la forma fisica sono altri due elementi legati tra di loro, che però caratterizzano appieno Golden State: il Run and gun (corri e tira) è una filosofia spesso praticata dai californiani, che prima difendono arcignamente sul possesso avversario, poi volano in transizione dall'altra parte del campo, anche da canestro subìto, per cercare un canestro veloce (spesso triple azzardate) impedendo alla difesa di schierarsi correttamente.
Il resto vien da sé, anche se non così scontato, se hai in roster giocatori come gli Splash Brothers, uno tra i migliori difensori come il mastino Draymond Green, e se puoi anche permetterti di avere un tale Andre Iguodala come sesto uomo di lusso.
Cleveland Cavaliers
Il gioco dei Cavs è l'antipode dalla collettività espressa elegantemente dai Warriors. E, in un certo senso, sarebbe anche un delitto non proporre quello stile di gioco, con La Superstar (sì, con la maiuscola anche l'articolo) per eccellenza della contemporaneità cestistica: LeBron James.
A voler essere estremamente stringati, il piano tattico è il seguente: palla a James, isolamento. Se rimane 1vs1 col suo diretto difensore, gioca da solo; nel caso si palesasse l'aiuto, seguirebbe lo scarico per un compagno. E' chiaro che questa è un'analisi troppo ristretta e riduttiva del gioco dei Cavs, e non si avvicina nemmeno lontanamente alla concezione, permettetemi il termine, blattiana di gioco di squadra. Ma al di là di questo dettaglio, resta comunque una tattica finora efficace, visto il rendimento di LeBron, e anche il suo immenso talento. In post-season, James è il giocatore con la percentuale più alta di giocate in isolamento, 32,6%, in relazione ai possessi di squadra per partita. In gara-1 delle finals, ha praticamente giocato da solo, con i cosiddetti gregari a segnare pochissimi punti, tirando male, e addirittura Dellavedova che non si è preso un tiro. Questo tipo di difesa, ovvero lasciare in 1 contro 1 LeBron col suo difensore senza far arrivare aiuti (al limite, fintarli), è stata una scelta ben precisa dei Warriors, che sono passati a riscuotere con la vittoria casalinga, nonostante i 44 punti di James. In questa chiave, Harrison Barnes e Andre Iguodala hanno svolto un eccellente lavoro, contestando qualsiasi tiro il Prescelto decidesse di prendersi. Nelle precedenti sfide dei playoff invece, i raddoppi sul Re ad opera di Boston, Chicago e Atlanta nell'ordine, sono stati puniti con puntuali scarichi per i compagni, che a turno rimarcavano l'errore con triple chirurgiche, frustrando così ogni tentativo di difesa.
Fonti per l'ultimo passaggio sui Cavs: stats.nba.com; hangtime.blogs.nba.com/
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