Giovedì sera si è consumata un'altra sconfitta nelle Top 16 di Eurolega per Milano, questa volta a Vitoria contro il Laboral Kutxa. Ma a risaltare non è tanto la sconfitta in sé, quanto piuttosto il come è arrivata.
Il risultato finale di 102-83 per i baschi (anche sopra di 29) non la dice tutta sulla prestazione a dir poco anonima del team di Banchi, che in Europa pare avere dei limiti evidenti, probabilmente nascosti dal livello mediocre del nostro campionato. Ma andiamo con ordine e vediamo di analizzarne alcuni di questi limiti.
Primo in tutti i sensi è l'approccio agonistico, un tratto comune in tutte le sconfitte europee dell'Olimpia: le squadre avversarie partono subito col coltello fra i denti, con una voglia di giocare e lottare che non viene neanche lontanamente avvicinata dai milanesi. Anche nell'ultimo match, parziale di 10-0 imbarazzante subito dopo la palla a due. Per uscire da questa situazione, Milano deve assolutamente avere la mentalità di calarsi nella partita già da subito, altrimenti corre il rischio di non riuscire a rimontare quell'ampio distacco creatosi nei primi minuti dell'incontro; e a questi livelli, una recupero di 10 punti suona come un'impresa ercoliana.
Secondo punto importante è il gioco che Milano in Europa non riesce a sviluppare come vorrebbe. Ho assistito personalmente ad un allenamento dell'Olimpia e vi posso dire che coach Banchi le idee ben chiare le ha, un po' meno i giocatori. Nei momenti di difficoltà, Milano si affida quasi sempre al talento individuale dei singoli Brooks, Gentile, Ragland e Hackett, con isolamenti e troppi palleggi che fanno ristagnare l'azione: mentre nel nostro campionato gli "assoli" sono abbondantemente sufficienti per portare a casa il 90% delle partite, in Europa questa tattica non funziona, e così l'EA7 farà veramente poca strada nelle Top 16. Un altro aspetto rilevante è la troppa dipendenza dagli esterni e dal tiro dall'arco: quando il pallone non entra, la squadra non cerca alternative valide per poter segnare.
Terzo aspetto, la poca fisicità dei centri. Qui vale lo stesso discorso fatto per in precedenza riguardo il talento individuale: in Italia è abbastanza per colmare anche questa lacuna, che però in Eurolega vengono a galla in maniera fin troppo penalizzante. Samuels e James, i due pivot, superano di poco i due metri, mentre i top team europei hanno centri con 2 e 10 di altezza media: questa differenza, seppur di pochi centimetri, fa la differenza a rimbalzo e sotto la categoria "fisicità".
Quarto e ultimo punto, ma non il meno importante, l'intensità che Milano non mette dal primo al quarantesimo minuto, soprattutto a livello difensivo. Alcuni giocatori come Kleiza, Samuels e James sembrano un po' troppo arrendevoli e molli, mentre le caratteristiche prettamente orientate all'attacco di Brooks le conosciamo, ma il suo apporto offensivo "compensa" (anche se è brutto da dire) la scarsa attitudine difensiva. In questo caso, potrebbero tornare molto utili la voglia e l'agonismo di Cerella, forse troppo spesso lasciato ai margini in Europa (come Meacham e Gigli), quando invece potrebbe dar l'esempio e far da traino ai propri compagni.
Soluzioni? Per il punto 3, l'unico aiuto può arrivare dal mercato, pescare tra i Free Agents, D-League e i tagliati dalla NBA. Per il primo e l'ultimo invece conta l'aspetto mentale, ovvero entrare in partita già dal riscaldamento, non solo dalla palla a due. Per quanto riguarda il gioco invece bisogna che i giocatori si levino dalla testa tutti gli egoismi e inizino ad essere squadra a tutti gli effetti, passandosi il pallone con altruismo, ribaltando lato più volte, e magari eseguire schemi appositi per far risaltare le qualità di ogni elemento del team. Solo così Milano potrà risollevarsi e tentare l'accesso ai playoff di Eurolega, impresa comunque molto ardua, a patto di rimanere concentrati per 40 minuti e sperare anche in risultati favorevoli dalle altre partite del girone.
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